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Palermo, condannati il pentito che ritrattò e gli scarcerati

Scritto da il 03/08/2022


PALERMO – Il processo era ripartito da zero, ora arrivano sette condanne per gli imputati accusati di avere fatto parte del mandamento di Brancaccio.

Il 22 luglio scorso il giudice per l’udienza preliminare Rosario Di Gioia ha deciso il troncone in abbreviato. Queste le condanne: Giovanni Lucchese 9 anni e 4 mesi di carcere (erano stati aveva avuti 17), Claudio D’Amore 9 anni (erano stati 17), Vincenzo Vella 16 anni (contro i 20 del processo annullato; la pena è in continuazione con una precedente condanna) Giuseppe Caserta 10 anni (erano stati 18), Cosimo Geloso 6 anni e 8 mesi (erano stati 16); un anno ciascuno a Maurizio Stassi e Tiziana Li Causi.

Il nuovo giudizio è scaturito dal fatto che la Corte di appello, come ricostruito Livesicilia, aveva dichiarato nullo il decreto che aveva disposto il giudizio e ordinato l’immediata scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare, accogliendo la richiesta degli avvocati Tommaso De Lisi, Riccardo Bellotta, Antonio Turrisi, Guido Galipò, Rita Maccagnano, Marco Martorana, Salvo Priola, Corrado Sinatra, Giacomo Cannizzo, Anna Lisa Abbate.

Alla vigilia delle ultime elezioni comunali Vella è stato arrestato perché secondo l’accusa avrebbe siglato un patto elettorale con il candidato Francesco Lombardo. Entrambi sono stati scarcerati in conseguenza della riqualificazione del reato: voto di scambio, ma non politico-mafioso.

Il blitz a Brancaccio scattò nel 2017. Le indagini della squadra mobile e del Gico della Finanza, coordinati dalla Dda di Palermo, piazzavano al vertice del mandamento Pietro Tagliavia.

Tagliavia comandava un piccolo esercito mentre si trovava detenuto agli arresti domiciliari. Si tratta del figlio di Francesco Tagliavia, condannato all’ergastolo per le stragi di via d’Amelio a Palermo e via de’ Georgofili a Firenze.

Giovanni Johnny Lucchese, cognato di Pietro Tagliavia, fece marcia indietro dopo avere riempito i primi verbali. Deve avere pesato la decisione dei familiari di non seguirlo nella sua scelta. A cominciare dalla moglie, Rosalinda Tagliavia, che aveva rifiutato la protezione dei poliziotti.

Una dissociazione netta quella della donna, testimoniata dal diniego di consegnare i vestiti e gli orologi al cui marito teneva tanto. Anche Lucchese è un mafioso dal cognome illustre: è il figlio di Nino, che sconta un ergastolo ai domiciliari per motivi di salute, ma è anche nipote di Giuseppe Lucchese detto Lucchiseddu, uno dei killer fidati di Riina, condannato all’ergastolo per gli omicidi La Torre, Dalla Chiesa e Cassarà.

In primo grado i legali avevano sollevato la questione dell’incompatibilità del giudice per l’udienza preliminare perché aveva già firmato delle proroghe di intercettazioni. Il presidente della sezione Gip-Gup, sulla base di una corposa giurisprudenza, stabilì che non c’era incompatibilità e il primo processo poteva proseguire con lo stesso giudice. Ed in effetti è stata la Sezione Unite della Cassazione, lo scorso luglio, a dirimere la questione, dando ragione ai legali. Firmare una proroga di intercettazione significa comunque entrare nel merito delle questioni processuali.



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