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Palermo, 1 anno di amministrazione giudiziaria per “Serena”

Scritto da il 08/11/2022


Pestaggi e favori ai boss. Un anno di controllo per bonificare due società

PALERMO – Un anno di amministrazione giudiziaria per bonificare le imprese dalla presenza mafiosa. Il provvedimento della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, che ha accolto la richiesta della Direzione distrettuale antimafia, riguarda le società Bagnasco srl e Serena Distribuzione srl con sedi in via Altofonte e in via Ernesto Basile. La decisione è del collegio presieduto da Raffaele Malizia, giudice estensore Luigi Petrucci.

Si tratta di due società valutate 18 milioni di euro che negli anni, aprendo 18 punti vendita all’ingrosso e al dettaglio, sono divenute leader commerciali nel settore dei detersivi e dei prodotti per l’igiene.

I titolari sono al 50% i fratelli Gregorio e Francesco Bagnasco. Quest’ultimo è stato arrestato l’anno scorso nel blitz che ha fotografato il ruolo di Giuseppe Calvaruso, boss di Pagliarelli. Ad aprile Bagnasco è tornato in libertà perché si sono affievolite le esigenze cautelari, ma resta indagato.

Il pestaggio dei rapinatori

L’imprenditore è coinvolto in una vicenda violenta. Secondo l’accusa, Bagnasco chiese aiuto ai mafiosi per punire gli autori di due rapine. Una volta individuati furono pestati a sangue. Bagnasco si è difeso sostenendo che il suo obiettivo fosse individuare la talpa dei colpi, ma senza alcun intento violento. Si rivolse a Giovanni Caruso, braccio destro di Calvaruso, di cui non conosceva la caratura criminale (era il suo imbianchino di fiducia) e ad altre quattro persone incensurate.

“Mi potresti fare una cortesia?”

Il 29 agosto di due anni fa due persone armate di coltello rapinano il punto vendita di via Altofonte 89. Si portano via 4.500 euro. Il 3 settembre un nuovo colpo: 2.800 euro di bottino. “Mi potresti fare una cortesia grande Giovà? Potresti salire cinque minuti ai Pagliarelli? Al negozio”, disse a quel punto Bagnasco a Caruso.

I rapinatori conoscevano la collocazione della cassaforte. Bagnasco denunciò le rapine, ma nel contempo chiese aiuto a Caruso che il 4 settembre lo contattò. Aveva individuato gli autori dei colpi. Il 7 settembre il drammatico epilogo. Caruso allertò Calvaruso: “Ma non scendi? Io sono sceso”. L’appuntamento era in un garage in via Piave. E avvertì pure Bagnasco: “Ci siamo fatti una corsa caricavo e scaricavo tutte cose però vieni… vieni… Francè”.

“… è selvaggio”

Cosa accadde in via Piave si ricostruisce dalle confidenze di Caruso alla moglie all’interno della sua Audi Q3: “… tu non ne sai niente di questo discorso ah che capace ti arriva a dire: ‘minchia è selvaggio… mi sono rilassato questa giornata mi sono dato una scarricata che tu non hai idea… appena è entrato… l’ho preso ci dissi: ‘cammina… cammina prima che diventi scolapasta… all’ospedale… è ricoverato… pure il polso mi duole”.

In via Piave furono convocati l’ideatore del colpo, Giovanni Armanno, e gli esecutori Martino Merino e Davide Bonura. Tutti picchiati per avere rapinato la persona sbagliata. Solo che Bagnasco ha detto che nulla sapeva della punizione. Voleva solo capire se avesse una talpa in casa.

Le indagini patrimoniali

Dopo l’arresto eseguito dai carabinieri il procuratore aggiunto Marzia Sabella ha delegato le indagini patrimoniali agli specialisti del Gico del Nucleo di polizia economico-finanziaria. E sono emerse quelle che vengono definite “condizioni di intimidazione e di assoggettamento”.

Non ci sarebbe solo la storia del pestaggio. Bagnasco avrebbe assunto familiari di esponenti di Cosa Nostra, messo a disposizione i locali per riunioni riservate tra “uomini d’onore”; pagato somme di denaro ad una società riconducibile a Calvaruso; affittato immobili commerciali di proprietà di soggetti “organici” e “contigui” a contesti criminali.

“Lo scopo del provvedimento preventivo dell’amministrazione giudiziaria – si legge in una nota della finanza – mira proprio al risanamento delle aziende sottoposte all’influenza di organizzazioni criminali al fine di operare una bonifica delle stesse e recuperarle all’economia legale, rescindendo ogni tipo di contiguità con ambienti mafiosi ed eliminando il rischio che i sodalizi illeciti possano ottenere forme di vantaggi o agevolazioni dall’infiltrazione nel tessuto economico-imprenditoriale”.



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