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Licata, mafia e massoneria: dieci condanne in appello

Scritto da il 20/07/2022


Si conclude con la condanna di tutti gli imputati il processo di Appello scaturito dalla maxi inchiesta Halycon-Assedio che ha portato alla luce gli interessi della famiglia mafiosa di Licata e gli intrecci pericolosi con il mondo dell’imprenditoria, della politica e della massoneria siciliana. I giudici della terza sezione penale presieduta da Antonio Napoli, accogliendo la richiesta del sostituto procuratore generale Maria Teresa Maligno, hanno disposto 10 condanne (per tutti gli imputati cade l’aggravante dell’avere riciclaggio aggravato) per quasi un secolo di carcere. Venti anni e quattro mesi di reclusione sono stati inflitti, con il vincolo della continuazione con due precedenti sentenze di condanna, al boss Angelo Occhipinti, ritenuto il nuovo capo della famiglia di Licata.

Le novità rispetto al primo grado

Le principali novità, rispetto alla sentenza di primo grado in cui erano stati assolti, sono rappresentate dalle condanne ad 8 anni di reclusione di Vito Lauria, 52enne tecnico informatico, massone, figlio del boss Giovanni (alias “u prufissuri”), e di Angelo Graci a 2 anni e 6 mesi di reclusione per favoreggiamento personale aggravato. Raimondo Semprevivo, 49 anni, ritenuto il braccio destro del boss Occhipinti nonché ex genero, è stato condannato a 9 anni di reclusione (in primo grado erano stati 12 anni). Sconti di pena anche per gli altri imputati: 8 anni di reclusione (in primo grado erano stati 10 anni e 8 mesi) per il funzionario della Regione Sicilia Lucio Lutri, 63 anni, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver “acquisito e veicolato agli appartenenti alla famiglia mafiosa informazioni riservate circa l’esistenza di attività di indagine a loro carico” sfruttando il suo ruolo di maestro venerabile della loggia massonica “Pensiero ed Azione” di Palermo; Giuseppe Puleri, 43 anni, imprenditore, ritenuto membro della famiglia mafiosa di Campobello di Licata; il farmacista Angelo Lauria, 48 anni; Giacomo Casa, 67 anni, pastore, ritenuto uno dei membri del clan licatese. 

Le altre posizioni

Condanna ridotta – da 12 anni a 8 anni e 10 mesi di reclusione- anche nei confronti di Giovanni Mugnos, bracciante agricolo, 56 anni, ritenuto “l’alter ego” del boss Giovanni Lauria. Pena confermata a 2 anni e 4 mesi, invece, per l’elettrauto Marco Massaro, 38 anni, accusato di favoreggiamento aggravato per avere rivelato a Mugnos dell’esistenza di microspie all’interno della sua auto. Dal processo è uscito definitivamente Giuseppe Galanti, 62 anni, difeso dall’avvocato Giovanni Castronovo, assolto già in primo grado dall’accusa di cassiere della famiglia mafiosa. Nell’inchiesta era rimasto coinvolto anche l’ex consigliere comunale di Licata, Giuseppe Scozzari, la cui posizione era stata stralciata. Il Tribunale di Palermo lo aveva condannato a cinque anni di reclusione. La Corte ha disposto altresì il pagamento del risarcimento danni in favore della Cgil, del Centro Studi Pio La Torre e Sicindustria costituitesi parte civile nel processo.



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