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L’alluvione e la tragedia: la sentenza che apre nuove verità

Scritto da il 09/08/2022


Giuseppe Castro è morto nel 2013. Assolti gli imputati “ma non si escludono altri responsabili”, scrive il Tribunale.

CATANIA – “Il torrente Lavinaio appartiene da decenni, interamente, al demanio idrico-fluviale di proprietà della Regione Siciliana” e i progetti di contenimento sono “rimessi al Genio Civile quale autorità competente per il demanio idrico”. È racchiuso in queste poche parole il cuore pulsante delle motivazioni del Tribunale di Catania che hanno portato lo scorso febbraio ad assolvere “perché non hanno commesso il fatto” l’ex sindaco di Acireale Nino Garozzo, il funzionario Giovanni Barbagallo e il già comandante della polizia municipale acese Alfio Licciardello dal reato di omicidio colposo per la morte di Giuseppe Castro, travolto e annegato il 21 settembre 2013 dalle acque del torrente in piena dopo una ‘bomba d’acqua’ “improvvisa” e “imprevedibile”. Per i giudici , infatti, non si possono nemmeno contestare responsabilità penali ai tre imputati nemmeno sulla mancata chiusura della strada, perché nessun bollettino su cui si fonda il piano di protezione civile aveva ‘segnalato l’evento meteorologico’. Le 26 pagine della sentenza dei giudici di primo grado però non sono solo un racconto giudiziario e dibattimentale per ‘argomentare’ i pilastri giuridici che hanno portato a un verdetto di non colpevolezza dei tre imputati ma ‘documentano’ anni di inerzia delle istituzioni. 

Ma torniamo al processo. La procura ha chiesto la condanna dei tre amministratori in quanto ritenuti “colposamente” responsabili di aver “cagionato la morte di Giuseppe Castro “attraverso condotte omissive”. Il dibattimento che si è aperto nel 2019 (a seguito di un decreto che dispone il giudizio datato 2016) con l’escussione di testimoni, consulenti e investigatori ha portato a rimettere in fila quanto accaduto quella tragica sera di quasi dieci anni fa. “Giuseppe Castro” che quella sera era a bordo del suo ciclomotore mentre dialogava con una donna che però era a bordo di un’auto (viva per miracolo, così come una coppietta che si era appartata) “è stato travolto dalla piena del torrente che” si sarebbe ingrossato “a seguito di improvvisa pioggia e tirando ad ostacolo una strada ad esso ortogonale (via Anzalone) tracimava invadendo via Tarcento, arteria adiacente al letto del torrente e non protetta da opere di contenimento”. Il corpo di Castro è stato trovato a largo di Siracusa il 2 ottobre 2013 ed è stato identificato con test del dna. Non è stata la prima tragedia in quel punto. Esattamente venti anni prima, nel 1993 un’altro incidente mortale è accaduto a causa della forte pioggia. “Un conducente è uscito dall’auto bloccato – mette nero su bianco il tribunale – ed è stato travolto dal torrente”. E ancora i giudici scrivono: “Sulla spinta di quell’evento nel 1998 fu finanziato un progetto” di abbassamento dell’alveo del torrente “in favore del Genio Civile”. Nel 2013 però quell’opera (“essenziale”, ritiene il tribunale) non era stata realizzata. Il collegio presieduto dalla giudice Enza Di Pasquale assolve i tre imputati ma ritiene che forse i colpevoli andavano cercati da altre parti. Non può “escludersi, per quanto evidenziato nelle presenti motivazioni – scrivono –  la sussistenza di responsabilità di altri nella causazione dell’evento stante la condizione di pericolosità mantenuta nel sito di verificazione di esso”. E qui torniamo al principio: il teatro dell’incidente – secondo il tribunale etneo –  fa parte del demanio idrico fluviale della Regione Siciliana. 



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