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Ilardo, 26 anni dopo l’agguato: i tanti buchi neri dell’omicidio

Scritto da il 10/05/2022



Dietro al delitto di via Quintino Sella ci sono tante verità ancora nascoste.

CATANIA – Sono trascorsi 26 anni da quella sera di sangue. Luigi Ilardo stava rientrando a casa. Ma in via Quintino Sella lo stavano aspettando i sicari di Cosa nostra. Lo hanno freddato. Accanto alla sua Mercedes. La figlia Luana, appena quindicenne, al suono degli spari si è precipita dalla scale. Quella notte è come se fosse morta anche lei, con lui.

In un primo momento magistrati e poliziotti hanno pensato fossero sulla scena del crimine di un omicidio di mafia come “tanti altri”. Gino Ilardo era il vicecapo della famiglia di Caltanissetta, cugino di Giuseppe Piddu Madonia. Ma in realtà era stato ammazzato un confidente del Ros: la fonte Oriente. Grazie alle sue ‘soffiate‘ erano stati arrestati latitanti e boss di tutta la Sicilia. E aveva portato anche i carabinieri a un passo dal covo di Bernardo Provenzano, che però non fu catturato. Nemmeno i processi – con tanto di assoluzioni – hanno mai chiarito quella scelta operativa.

Nei giorni e negli anni successivi all’omicidio si scoprirà un ulteriore retroscena. Luigi Ilardo aveva incontrato pochi giorni prima di essere ammazzato a Roma magistrati e Ros per ufficializzare la sua volontà di collaborare con la giustizia. Di quell’incontro (con i procuratori Giovanni Tinebra, Giancarlo Caselli e Teresa Principato) non è rimasto nulla, se non la testimonianza del colonnello del Ros Michele Riccio che gestiva la fonte Oriente. C’era un foglio scritto a mano dalla pm Teresa Principato che pare andato perso durante un trasloco d’ufficio. Un’anomalia. Tre le tante. Un interrogativo tra gli altri. Perché Luigi Ilardo è stato invitato a tornare a Catania? Perché il programma di protezione non è stato attivato immediatamente?

Sono passati anni prima che ci fosse un’inchiesta che portasse a un processo. Eppure nel 2001 Eugenio Sturiale, all’epoca confidente, aveva raccontato a un ufficiale della Dia di essere stato testimone oculare di quell’omicidio. Dando anche alcuni nomi e cognomi. Quella relazione di servizio però è come scomparsa nel nulla per quasi dieci anni. Poi Sturiale (arrestato nel blitz Revenge) è diventato collaboratore di giustizia e l’inchiesta sul delitto Ilardo si è riaperta. Un’indagine che ha portato al processo il gotha della mafia catanese e nissena: i boss sono stati condannati all’ergastolo in modo definitivo.

C’è la parte però dei mandanti occulti che è rimasta nel limbo. Quella parte di indagine che riguarda le possibili fughe di notizie dai palazzi di giustizia (quello ‘spiffero’ come lo definiscono i pentiti) sulla futura collaborazione di Luigi Ilardo. I giudici nelle varie ordinanze e sentenze hanno parlato di un’accelerazione nell’esecuzione dell’omicidio, senza però mai definire da dove fosse partita. Santo La Causa, ex reggente di Cosa nostra catanese e poi pentito, che ha partecipato ai sopralluoghi non viene più coinvolto nell’agguato. Lo saprà a cose fatte.

La figlia di Gino Ilardo da anni lotta per poter conoscere le verità scomode di questo omicidio. Non basta aver condannato i mafiosi.



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