Chi, prima di Biden, ha ammesso il genocidio armeno?

Scritto da il 27/04/2021

Una questione che riguarda anche l’Occidente, sempre meno un tabù

Ogni anno, il 24 aprile, si fa memoria del «genocidio degli armeni», il massacro avvenuto agli inizi del secolo scorso – sia prima che in concomitanza della Grande Guerra – per mano del “morente” Impero Ottomano (odierna Turchia) sotto la guida di Mustafa Kemal, di un milione e mezzo di persone.

Come noto, negli scorsi giorni, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha utilizzato un termine (genocidio) che di certo non rende tranquilli i capi della Turchia, rei di aver sempre mascherato questo olocausto – sicuramente non della portata della Shoah (che provocò sei milioni di vittime) ma non per questo meno importante -. È la prima volta che un presidente USA si pronuncia in tali termini, per questo fa notizia: sorge spontaneo ricordare, fare memoria del fatto che oltre Hitler e Stalin ci siano altre figure da inserire nell’elenco dei più grandi assassini del Novecento. La strage armena può addirittura considerarsi la madre delle altre, principalmente a livello storico e temporale; il pronunciamento di Biden, seppur dal tenore fortemente politico per via di un gioco di rapporti di forza – la Turchia è da sempre crocevia delle relazioni USA/Europa, Russia e Medio Oriente -, è un forte contributo alla memoria e alla verità storica di una vicenda che riguarda profondamente anche noi occidentali.

Sebbene al tempo tale mossa fu progettata da una potenza di matrice islamica, l’intento era quello di riformare uno Stato sulla base della concezione nazionalistica dell’allora presidente americano Wilson. Nessun trattato di pace però. Soltanto violenza, soprusi, torture nei confronti di minoranze mai rispettate: l’inizio dell’eliminazione del “diverso”, che spianò la strada, qualche anno più tardi a ciò che conosciamo bene, seppur in maniera praticamente differente.

Tutto ciò, come scritto sopra, viene commemorato il 24 aprile: è l’anniversario di quello che nel 1915 fu il massacro dei “notabili” della comunità armena di Costantinopoli. Curioso notare come preceda il giorno in cui si commemora la liberazione del nostro Paese dal nazifascismo.

Chi prima di Biden?

Il 19 Gennaio 2007 veniva assassinato con tre colpi alla gola, nel quartiere di Osmanbey a Istanbul, Hrant Dink: giornalista turco di origini armene – postumamente ricordato dalla comunità armena in Italia con un riconoscimento – tra i primi a battersi per i diritti civili delle minoranze e per il riconoscimento del genocidio della sua. Pagò con la vita per questo, la sua azione suscitava un profondo odio in molti suoi concittadini, ed egli affermava spesso che avrebbe voluto fuggire da quella realtà. Era consapevole, però, che se avesse compiuto questo passo avrebbe tradito quanto di buono fatto fino ad allora. Il suo omicidio provocò enorme sgomento in tutta la Turchia, nonché la sfilata di un corteo di centomila persone che lanciavano slogan pro-riconciliazione ai suoi funerali: «Siamo tutti Dink, siamo tutti armeni». Non era mai successo. Qualche anno più tardi, nel corso del processo per l’omicidio, venne condannato il Ministero dell’Interno turco per aver omesso di vigilare su Dink nonostante le ripetute minacce ricevute in passato dal giornalista: 100.000 lire turche a favore della famiglia Dink e il pagamento delle spese processuali.

L’Armenia, il primo paese cristiano: lo sanno bene i Pontefici della Chiesa Cattolica. Da Giovanni Paolo II a Francesco tre Papi hanno condannato, chiamandolo per nome e cognome, un fatto tenuto all’oblio per quasi un secolo da interessi turchi ed occidentali, cementato nel secondo dopoguerra dalla comune appartenenza alla Nato (indicavamo la Turchia come noto crocevia di rapporti nazionali e continentali qualche rigo sopra). Bergoglio smontò il tabù in più occasioni: lo ribadì nel 2016 in occasione della sua visita apostolica proprio in Armenia. Non se lo fece ripetere due volte da Serzh Sargsyan, presidente armeno che chiedeva la trasparenza da parte del pontefice, che pronunciò la “parolaccia” proprio accanto al «Metz Yeghérn, il “grande male” che all’inizio del ‘900 ha inghiottito un intero popolo» (fonte ilsussidiario.net: clicca per leggere la cronaca completa).

«Si può dare di più»

Citando il titolo della celebre canzone di Tozzi, Morandi, Ruggeri – vincitrice del Festival di Sanremo del 1987 – si ribadisce, come visto, che Joe Biden è l’ultimo portavoce del riconoscimento di un grande massacro: viene da pensare che tali dichiarazioni siano fatte in un momento di grossi guai diplomatici per il governo di Ankara – vedi la figura di Erdogan e Sofagate-, ma ciò non toglie, come già scritto, che siano un contributo ad una grande verità storica, spesso e volentieri offuscata anche da chi dovrebbe aver sperimentato “sulla propria pelle” un olocausto: lo stato di Israele – di cui presto noi di Vultus contiamo di occuparci – non figura tra quei Paesi che hanno riconosciuto il genocidio armeno. Sicuramente si tratta di motivi politici, giustificazioni comprensibili ma non certo condivisibili. Si può dare molto di più, per esempio smettere di affermare l’ “unicità” di una tragedia: il regime nazista, altrimenti quello comunista di Stalin, non devono più essere identificati come il “male assoluto”. Il Male è Male, non importa il numero di morti, in quanto si tratta di persone e non di numeri (questo concetto va ricordato anche a chi ogni giorno aspetta il bollettino “di guerra” al Covid-19).

Se – come scrive Maurizio Vitali in un editoriale de “Il Sussidiario”, da cui abbiamo preso spunto per la stesura di questo articolo – Israele seguisse le voci di intellettuali ebrei favorevoli al riconoscimento, e l’esempio di Biden, sarebbe un gran bell’apporto alla coscienza collettiva.


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